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venerdì 20 aprile 2018

Siamo tutti debitori ‘inconsapevoli’

Il debito pubblico dello Stato italiano continua a crescere sia in valori assoluti che in rapporto al Pil, ma a pagarne le conseguenze sono solo i lavoratori

di Pulvino Giovanni (@PulvinoGiovanni)

Foto da umbvrei.blogspot.com
Oggi, ogni italiano, neonati compresi, è debitore inconsapevole di circa 37 mila euro. L’importo è il risultato della divisione tra l’ammontare del debito pubblico (circa 2.287 miliardi di euro) ed il numero di cittadini (circa 60 milioni). ‘L’accollo debitorio’ cosi calcolato non tiene conto del reddito o del patrimonio del singolo cittadino, non fa differenza, cioè, tra un benestante ed un disoccupato. Ed è evidente che un ipotetico rimborso per il ‘milionario’ costituirebbe una cifra irrisoria, mentre per il disoccupato sarebbe assai complicato adempiere all’obbligo che ne deriverebbe. Inoltre, è probabile che chi dispone di risorse finanziarie sia anche possessore di titoli di Stato (Bot, Cct, ecc.). In tal caso egli, in quanto creditore dell’Erario, percepisce una rendita finanziaria derivante dalla somma degli interessi e delle plusvalenze che su di essi maturano. E’ uno dei tanti paradossi italiani che consentono ad alcuni (ceti medio - alti) di approfittare di ogni situazione per arricchirsi ed ad altri (ceti medio - bassi) di pagarne le conseguenze.
Foto da agenziaradicale.it
Gli unici governi che dal 1945 ad oggi sono riusciti ad abbassare il debito, almeno in rapporto al Pil ed operando senza creare traumi finanziari e sociali, sono stati gli esecutivi di Romano Prodi e quello di Massino D’Alema. Tra il 1996 ed il 2001 il rapporto debito/Pil è sceso dal 120% al 101%. Quelle politiche economiche consentirono all’Italia di avere buoni tassi di crescita e di entrare nell’Euro, ma nelle elezioni regionali e, successivamente, in quelle politiche ad essere premiata è stata la coalizione di Centrodestra. La serietà ed il ‘buon governo’ non pagarono, ma questa non è una novità. Dal 2002 il debito è tornato a crescere. Anzi nel 2011 esso era fuori controllo ed il Paese, allora guidato da Silvio Berlusconi (che per questo fu costretto a dimettersi), era sull’orlo del default finanziario.
Negli ultimi diciotto anni i tentativi di risanamento hanno determinato tagli alla spesa pubblica (pensioni, sanità e scuola) ed incrementi delle entrate tributarie (Ici/Imu, Iva, ecc..), ma i deficit di bilancio sono cresciuti o sono rimasti pressoché invariati. L’introduzione dell’Ici, poi abolita dal governo di Silvio Berlusconi e, successivamente, reintrodotta dal governo di Mario Monti con la denominazione di Imu, non sono servite ad abbassare il debito, ma solo ad impedirne una crescita incontrollata. Le altre misure introdotte dai governi di ‘emergenza nazionale’ di Giuliano Amato (1992), Lamberto Dini (1993) e Mario Monti (2011) hanno riguardato le modalità di accesso e calcolo delle pensioni che hanno prodotto ingiustizie persino tra i pensionati.
A pagare il costo del ‘rigore finanziario’ sono stati soprattutto i lavoratori. Le statistiche pubblicate negli ultimi anni dai vari istituti di ricerca mostrano un aumento delle disuguaglianze tra le classi sociali e del divario economico tra il Centro – Nord ed il Sud del Paese. Anzi, i tentativi di risanamento dell’abnorme debito pubblico creato con decenni di politiche clientelari, con l’inefficienza della Pubblica Amministrazione e con una corruzione diffusa non solo non hanno intaccato i patrimoni dei ceti sociali più alti, ma sono stati occasioni per incrementare le loro ricchezze, mentre il debito pro-capite è di tutti, neonati compresi.


Fonti: Mef, Istat.it, italiaora.org

giovedì 12 aprile 2018

La sceneggiata in stile ‘pentaleghista’

E’ passato oltre un mese dalle elezioni politiche, ma ancora non c’è nessuna prospettiva concreta per la formazione del nuovo Governo

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Salvini e Luigi Di Maio
Le dichiarazioni fatte dai leader dei partiti dopo le elezioni del 4 marzo scorso sono contraddittorie e non sono utili alla formazione di una maggioranza parlamentare. Le formazioni politiche che hanno ottenuto i maggiori consensi, M5s e Centrodestra, non hanno i voti necessari per governare da sole, pertanto una mediazione politica e programmatica è inevitabile. Invece quello a cui stiamo assistendo sembra un dialogo tra sordi. IL M5s non vuole fare un inciucio con Silvio Berlusconi, la Lega non vuole fare accordi con Matteo Renzi che nonostante le dimissioni da segretario continua a condizionare la linea politica del Pd, mentre i forzisti non sono disponibili ad un governo a guida grillina.
Intanto, Luigi Di Maio, leader del partito che ha ottenuto i maggiori consensi elettorali, ribadisce in ogni intervista che non può essere che lui il presidente del Consiglio del prossimo governo. Matteo Salvini è disponibile a rinunciare alla premiership, ma non a rompere l’unità del Centrodestra. Il Pd renziano non intende dialogare con i populisti, vale a dire con il M5s e la Lega e che, pertanto, resterà all’opposizione.
Stando così le cose e se nei prossimi giorni nessuna forza politica farà un passo indietro la formazione di un governo sarà impossibile. Il successo elettorale grillino e leghista potrebbe trasformarsi in una vittoria di Pirro.
In attesa che si trovi una soluzione i mercati finanziari stanno alla finestra, ma il tempo a disposizione dei partiti sta per scadere. La soluzione? Un inciucio M5s e Centrodestra a guida leghista rimane l’ipotesi più probabile. L’alternativa è un ritorno alle elezioni con un governo del Presidente, sempreché il Pd, liberatosi dall’influenza renziana, non torni a fare il salvatore della Patria rendendosi cioè disponibile a sostenere l’ennesimo governo di unità nazionale.
Nel frattempo, mentre assistiamo a questa ridicola sceneggiata,  i lavoratori precari continuano a vivere nell’incertezza del futuro, i disoccupati restano in attesa di un'occupazione, i pensionati al minimo non hanno neanche i soldi per pagare i ticket sanitari ed i poveri continuano a sopravvivere con le elemosine di Stato. 

giovedì 5 aprile 2018

La strage infinita delle morti sul lavoro

Caduti da un’impalcatura, schiacciati da un muletto o da un trattore, carbonizzati nel tentativo di spegnere un incendio o avvelenati all’interno di una cisterna, i morti sul lavoro sono centinaia ogni anno, in media sono quasi tre al giorno. Morire ‘per un pezzo di pane’ è intollerabile 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

'Carusi' (bambini) all'imbocco di una zolfatara, Sicilia 1899
(foto da it.wikipedia.org)
Dal 2008 le denunce d’infortuni sul lavoro con esito mortale sono progressivamente diminuite. Dieci anni fa i decessi accertati dall’Inail sono stati 1.624, nel 2017 sono calati a 1.029. Dall’inizio del 2018 invece sono cresciuti del 12%, cioè sono saliti a 154 rispetto allo stesso periodo del 2017 quando i morti sul lavoro sono stati 133. Di oggi l’ultimo episodio. A Crotone due operai sono morti ed un terzo è in gravi condizioni dopo essere stati travolti dal crollo di un muro di contenimento che si accingevano a mettere in sicurezza.
Le leggi esistono e le prescrizioni previste sono stringenti, ma tutto questo non basta. Gli incidenti sul lavoro sembrano un fatto ineludibile, soprattutto se si tratta di attività precarie ed occasionali. Ed a pagare il prezzo più alto sono i lavoratori impiegati nelle mansioni più rischiose, ruoli occupati quasi sempre dai lavoratori appartenenti alle classi sociali medio – basse.
Tra i decessi di cui spesso non si sa nulla ci sono anche quelli di chi svolge un lavoro irregolare o in nero. Queste morti bianche, che non rientrano nelle statistiche, sono simili a quelle dei zolfatari rievocati nei versi di ‘Vitti 'na Crozza’, popolare canzone siciliana che esprime il lamento dei minatori deceduti nelle viscere della terra e non ritenuti degni dalla Chiese di ricevere una sepoltura cristiana (‘senza un tocco di campani’) solo perché i loro corpi non erano stati riesumati. Prassi, questa, praticata in Sicilia fino alla metà del secolo scorso.
Oggi viviamo in una società tecnologica, eppure si continua a morire per ‘un pezzo di pane’. Negli ultimi dieci anni i decessi sono stati oltre 14.000. Tutto questo è eticamente insopportabile. Non possiamo continuare ad assistere passivamente a queste tragedie. Un cambiamento radicale nella cultura del lavoro è indispensabile. Continuiamo a rincorrere il profitto dimenticando che il bene più prezioso che abbiamo è la vita. ‘Perché - come ha detto l’ex presidente dell’Uruguay, Josè Pepe Mujca - noi non siamo nati solo per svilupparci. Siamo nati per essere felici’.

Fonti: Inail.it e Osservatorio indipendente morti sul lavoro di Bologna

giovedì 29 marzo 2018

Il Rei è elemosina di Stato

Il 20% degli indigenti usufruisce di un sostegno reddituale medio di 297 euro al mese. ‘Sono strumenti da difendere’, sostiene Paolo Gentiloni, ma questa non è lotta alla povertà è elemosina di Stato

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da numeripari.org
Il Reddito di inclusione è una misura di contrasto alla povertà condizionata alla valutazione della condizione economica del nucleo familiare. Dall’inizio di quest’anno esso ha sostituito il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva). Il Rei fornisce un sostegno economico e la predisposizione di un progetto personalizzato per l’inclusione sociale e lavorativa elaborato dai servizi sociali del Comune. I requisiti del Reddito di inclusione, oltre a quelli di cittadinanza, residenze e compatibilità (cioè nessun membro familiare deve essere percettore d’indennità di disoccupazione), sono: un valore Isee non superiore a 6mila euro; un valore Isre (l’indicatore reddituale dell’Isee, cioè l’Isr diviso la scala equivalente, al netto delle maggiorazioni) non superiore a 3mila euro; un valore del patrimonio immobiliare, esclusa la casa di abitazione, non superiore a 20mila euro; un valore del patrimonio mobiliare non superiore a 10mila euro (ridotto a 8mila euro per la coppia e a 6mila euro per la persona sola). Inoltre il nucleo familiare deve trovarsi in una delle seguenti condizioni: presenza di un minore; presenza di una persona con disabilità; presenza di una donna in stato di gravidanza; presenza di una persona pari o superiore a 55 anni che si trovi in stato di disoccupazione. Dal primo gennaio 2018 la misura assume carattere di ‘universalità’, cioè è venuto meno il requisito familiare.
Foto da informagiovaniagropoli.it
L’Inps e il Ministero del Lavoro hanno presentato i dati dell’Osservatorio statistico sul reddito di inclusione. Le persone che hanno beneficiato della misura sono quasi 900 mila. Di queste sette su dieci risiedono nel Mezzogiorno. Nel primo trimestre del 2018 i soggetti interessati sono stati nel Sud 572.293 (72,72%), nel Centro 88.895 (11,24%), nel Nord 132.373 (16,05%). In particolare in Campania le persone che hanno usufruito dell’indennità sono state 223.369 (28,78%), in Sicilia sono state 192.602 (24,22%). 'Sono sostegni a persone in carne e ossa, e sono strumenti da difendere’, ha commentato il presidente del Consiglio dimissionario Paolo Gentiloni. Mentre il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha sottolineato che è stata ‘raggiunta la metà della platea potenziale’. Ed ancora: ‘Chi ha a cuore questo problema si impegni a trovare nuove risorse’.
In Italia ci sono circa 4,5 milioni di persone che vivono in povertà assoluta, altri 3 milioni che sopravvivono con lavori precari e malpagati, e l’unica cosa che lo Stato italiano è in grado di proporre al 20% degli indigenti è un assegno medio mensile di circa 245 euro con il Sia ed ora di 297 euro con il Rei. E agli altri 3 milioni e 600 mila poveri? Nulla. Non è con le briciole raggranellate nel bilancio statale che si affronta il problema della lotta alla povertà, occorre ben altro. Milioni di italiani, e non solo, aspettano un lavoro ed un reddito adeguato per poter vivere una vita dignitosa, il resto è solo elemosina di Stato.

Fonti: Inps e Ministero del Lavoro

lunedì 26 marzo 2018

Inciucio doveva essere ed inciucio sarà

L’approvazione del ‘Rosatellum’ aveva come scopo quello di favorire un governo di ‘larghe intese’, ma l’accordo che si prospetta è completamente diverso da quello auspicato da Matteo Renzi e da Silvio Berlusconi

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Matteo Salvini
(foto da lindro.it)
L’introduzione di una quota maggioritaria nella legge elettorale voluta dal Partito democratico e da Forza Italia avrebbe dovuto favorire la formazione di un governo ‘centrista’. Così non sarà. Gli elettori hanno penalizzato i due leader ‘moderati’ e premiato i cosiddetti populisti, vale a dire i grillini ed i leghisti.
L’inciucio ‘auspicato’, ma mai indicato apertamente prima delle elezioni del 4 marzo, non è realizzabile, almeno nella forma desiderata. L’ipotesi fatta da Silvio Berlusconi di un governo di Centrodestra con l’appoggio dei ‘renziani’ non è ancora del tutto esclusa. Essa potrebbe assumere la forma di un esecutivo del Presidente, cioè di un governo di ‘larghissime intese’ che abbia lo scopo di garantire la governabilità e la stabilità economica e finanziaria del Paese.
Ma le vicende dell’elezione dei presidenti delle Camere suggeriscono un percorso diverso. Un accordo tra il M5s e il Centrodestra a guida leghista è, oggi, l’ipotesi più plausibile. Inciucio doveva essere ed inciucio sarà, ma le forze politiche protagoniste dell’accordo non saranno il Pd e Fi, bensì il M5s e la Lega. Si sta per realizzare l’ennesimo capolavoro politico di Matteo Renzi e di quanti in questi anni l’hanno sostenuto alla guida del Partito democratico e del Centrosinistra. 
Intanto, mentre i nuovi deputati e senatori occupano gli scranni di Palazzo Madama e di Montecitorio e discutono di incarichi istituzionali, i disoccupati, i pensionati al minimo ed i poveri continuano ad aspettare che qualcuno si adoperi affinché anche loro possano vivere in modo dignitoso.