VideoBar

Questi contenuti non sono ancora disponibili su connessioni criptate.

lunedì 22 gennaio 2018

‘La disuguaglianza … risolta dai bambini’

‘Lan, vietnamita, ogni giorno cuce centinaia di scarpe, ma non può comprarle a suo figlio, che vede una volta all’anno’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Crescono le ingiustizie e le disuguaglianze, a sostenerlo è il rapporto ‘Ricompensare il lavoro, non la ricchezza’ pubblicato da Oxfam Italia. Nel 2017 ‘l’82% dell’incremento di ricchezza globale è finita nelle casseforti dell’1% della popolazione più ricca, mentre la metà più povera, ossia 3,7 miliardi di persone, non ha avuto nulla. Ogni due giorni nasce un nuovo miliardario, ma a farne le spese sono i più poveri’.


Il 20% più ricco della popolazione italiana deteneva a metà del 2017 il 66% della ricchezza nazionale. Nel periodo che va dal 2006 al 2016 il reddito disponibile lordo degli italiani più poveri è diminuito del 23,1%. L’incremento di ricchezza di azionisti e manager corrisponde ad un peggioramento dei salari e delle condizioni dei lavoratori.
I motivi delle crescenti disuguaglianze sono, secondo Oxfam, ‘la riduzione del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori, l’esternalizzazione lungo le filiere globali, la massimizzazione ad ogni costo degli utili d’impresa’. A pagare il nostro benessere sono i più poveri. Una di queste è Lan, vietnamita, ogni giorno cuce centinaia di scarpe, ma non può comprarle a suo figlio, che vede una volta all’anno’.
Le proposte indicate nel rapporto per ridurre le differenze sono una ‘maggiore equità sociale, mettere un tetto agli stipendi dei top manager, proteggere i diritti dei lavoratori, aumentare la spesa pubblica ed adottare una maggiore progressività fiscale’.

Fonte: oxfamitalia.org



sabato 20 gennaio 2018

‘Ora Andrea non c’è più e in casa resta un grande dolore e un silenzio enorme…’

Il lavoro dovrebbe essere un mezzo per realizzare le proprie capacità ed attitudini professionali, invece è, spesso, un luogo di fatica e sofferenza

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da ingegneri.info
‘Andrea aveva 23 anni, tutti i giorni si faceva 80 chilometri per recarsi al lavoro. Il 20 giugno Andrea si alza alle 4 del mattino per essere in fabbrica alle 5. Alle 6,10 la pressa si ferma, Andrea d’istinto si sporge dentro ma all’improvviso la macchina si rimette in moto... Ora Andrea non c’è più e in casa resta un grande dolore e un silenzio enorme... manca la sua musica, la sua chitarra, la sua tromba...’, Morota  Gagliardoni Graziella, mamma di Andrea, morto sul lavoro. Dichiarata dai medici del reparto di terapia intensiva cardiochirurgica dell'ospedale San Raffaele di Milano la morte cerebrale del 61enne operaio dell'azienda Lamina di Milano. Da più di quarant'anni era dipendente dell'azienda ed uomo di fiducia dei titolari, ora in pensione, era rimasto nello stabilimento per formare un collega più giovane. Un lavoratore che 'amava il suo lavoro e ogni giorno dovevamo pregarlo di tornare a casa', ricordano i familiari. 
Yoko Ono e John Lennon - (foto da wikipedia.org)
Giancarlo Barbieri è il quarto operaio deceduto per l'incidente avvenuto nei giorni scorsi nell'azienda milanese. Nella stessa fossa che conteneva il forno per l’acciaio infestato dall’azoto hanno perso la vita il fratello Arrigo di 57 anni, l’operaio Giuseppe Setzu di 48 anni e l’elettricista di una dita esterna Marco Santamaria di 43 anni. Il giorno dopo, sotto gli occhi del padre, è morto, schiacciato dal tornio su cui era rimasta incastrata una manica del suo maglione, un giovane operaio 19enne di Rovato, in provincia di Brescia.
Questi sono gli ultimi episodi di una ‘mattanza’ che si ripete quotidianamente. E, nonostante gli obblighi sempre più stringenti per i datori di lavoro introdotti con il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro entrato in vigore nel 2008, i casi di morte e di malattie professionali rimangono una costante del nostro sistema produttivo. Il motivo è sempre lo stesso: l'esasperata ricerca del 'profitto'. I lavoratori su istruzione del ‘padrone’ o semplicemente di propria iniziativa, talvolta, eseguono la loro mansione senza rispettare le norme previste dai protocolli sulla sicurezza, che, è bene ricordarlo, sono obbligatori in tutti i luoghi di produzione. 
'Il lavoro è vita e senza quello esiste solo paura e insicurezza' scriveva John Lennon nel 1969, ma purtroppo troppo spesso esso si trasforma in tragedia. E tutte le precauzioni del mondo non basteranno ad evitarle, almeno fino a quando al centro dell’attività produttiva anziché il profitto e gli speculatori non ci saranno il lavoro ed i lavoratori. 

domenica 14 gennaio 2018

I bulli e la #malascuola

Gli atti di violenza subite negli ultimi mesi dai docenti rappresentano il fallimento della scuola italiana e dei politici che negli ultimi decenni hanno tentato, inutilmente, di riformarla

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Salvo Busà l'insegnante malmenato ad Avola e la ministra
Valeria Fedeli - (foto da secoloditalia.it)
‘Invito il ragazzo a chiudere una finestra prima di andare in palestra per gli esercizi. E lui mi manda a quel paese, senza chiuderla. Insisto e alzo la voce. La risposta è il lancio di un libro. Un lancio contro di me. Il libro finisce per terra. Lo prendo e lo poggio su un banco. Rimprovero ancora quell’insolente che afferra il telefonino. Mezz’ora dopo l’arrivo di padre e madre...’. Questa è la dichiarazione rilasciata al quotidiano la Repubblica dal professore di Educazione fisica di Avola picchiato pochi giorni fa dai genitori di un suo alunno. La dinamica della vicenda non è nuova. Negli ultimi anni sempre più spesso gli insegnanti delle scuole medie e soprattutto di quelle superiori sono stati oggetto di atti di violenza da parte dei genitori dei loro alunni.
Foto da news.leonardo.it
Una volta la figura del docente era ‘vista’ con rispetto, oggi una parte sempre più numerosa di ragazzi non solo non si impegna nello studio ma si comporta in modo ‘aggressivo’ nei confronti dei compagni ed in alcuni casi anche degli insegnanti. E, quel che è peggio, questi atteggiamenti da ‘bulli’ trovano, spesso, la copertura e talvolta il sostegno delle famiglie che, anziché fare autocritica e richiamare i figli a tenere un comportamento ‘civile’, li difendono accusando i docenti di incapacità o, come in questo caso, di essere la causa scatenante del fatto. Negli ultimi due decenni sono state approvate diverse riforme della scuola, ma nessuna ha tenuto conto del clima d’intimidazione di cui spesso sono vittime i professori. Gli obiettivi degli ultimi governi sono stati quelli di tagliare le risorse finanziarie (riforma Gelmini) o di adeguare la scuola alle esigenze produttive e di mercato delle imprese (#buonascuola con l’alternanza scuola/lavoro). Inoltre, sono stati modificati i programmi ministeriali, ma non sono state incrementate le ore d’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche che, è bene ricordarlo, non sono previste nei licei (fanno eccezione quelli con indirizzo psichico - pedagogico, cioè gli ex istituti magistrali ed il biennio degli istituti tecnici e professionali). 
Foto da tg24com.mediaset.it
Oltre a ciò, l’aumento del numero minimo di alunni per formare le classi (le cosiddette classi pollaio) ha spinto gli istituti ad una spietata concorrenza e ad evitare, nei limiti del possibile, le bocciature o gli abbandoni. Per non parlare delle iscrizioni ‘fasulle’. Situazioni di cui sono consapevoli i ragazzi e le loro famiglie. Il risultato è stato un crollo dei livelli di apprendimento e la crescita di comportamenti 'scorretti' da parte degli alunni. In questo clima di sfiducia gli insegnanti, che spesso sono impegnati in inutili corsi di formazione o nella realizzazione di progetti (che hanno come scopo anche quello di incentivare gli stipendi dei presidi), sono senza difese, sono costretti, cioè, a subire le angherie dei ‘bulli’ ed i ‘richiami’ dei dirigenti che non intendono intervenire con provvedimenti disciplinari o con bocciature proprio per non perdere alunni e cattedre o comunque per non assumersi responsabilità dirette con le famiglie. Non devono stupire quindi i crescenti atti di vandalismo. La scelta fatta dall'èlite politica sull’istruzione pubblica è evidente. Si vogliono buoni consumatori, anziché buoni cittadini. L’obiettivo è un ritorno al modello d’istruzione degli anni Sessanta, quando c’erano due tipi scuola pubblica, una di eccellenza per i benestanti ed un’altra di base per i ceti medio - bassi. Ed il risultato finale di questo processo sarà quello di incrementare, ancora una volta, l’individualismo e l’ingiustizia anziché il progresso civile e culturale di tutta la società.

Fonte: repubblica.it

domenica 7 gennaio 2018

Il Reddito di inclusione creerà disuguaglianze anche tra i poveri

Sono 75.885 le domande presentate per usufruire del Reddito di inclusione, oltre sei su dieci sono istanze inoltrate dei cittadini residenti nelle regioni del Sud 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da sinistrainrete.info
Il Rei è una misura a sostegno delle famiglie più povere e riguarda i nuclei con minori, disabili, donne in gravidanza a quattro mesi dal parto e over 55 disoccupati. L’importo può variare da un minimo di 187 euro fino ad un massimo di 485 euro mensili (5.824,80 l’anno). Possono usufruirne le famiglie che hanno un Isee inferiore ai 6.000 euro ed un patrimonio (esclusa la prima casa) non superiore a 20.000 euro ed un valore mobiliare non superiore a 6.000 euro. Il 64,7% delle domande presentate dall’inizio di dicembre ad oggi proviene dalle regioni del Mezzogiorno, il 35,3% da quelle del Centro-Nord. Questo significa che oltre sei richieste su dieci provengono da cittadini del meridione. Il maggior numero di domande sono state trasmesse dalla Campania con 16.686 (22%), dalla Sicilia con 16.366 (21,4%) e dalla Calabria con 10.606 (14,0%). Questi dati comunicati dall’Inps non sorprendono, anzi sono un’ulteriore dimostrazione della condizione di povertà in cui vive una parte consistente della popolazione del Sud dell’Italia. Inoltre, la ripresa economica sottolineata con tanta enfasi dal presidente del Consiglio e dai principali esponenti del Partito democratico è così limitata che anziché ridurre le distanze sociali li sta incrementando sia a livello territoriale che tra le diverse categorie.
Foto da possibile.com
Secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, le famiglie che dovrebbero beneficiare della misura sono circa settecentomila, dovrebbe interessare cioè ‘1,8 milioni di persone’ con la prospettiva di arrivare a luglio a circa ‘2,5 milioni di persone’. La cifra stanziata dal governo è di 1,7 miliardi, destinati a crescere fino a 2 miliardi l’anno, questo significa che in media saranno erogati circa 200 euro mensili. Per Tito Boeri è una somma insufficiente. ‘La soglia di povertà nelle grandi città del Nord – ha rilevato il presidente dell’Inps - è superiore agli 800 euro a persona, mentre quella nazionale è attorno ai 600 e che i poveri in Italia si stimano attorno ai 4,5 milioni’. Insomma, l’importo che sarà accreditato non solo non sarà adeguato per garantire una vita dignitosa a chi otterrà il contributo, ma esso non riguarderà tutti i poveri. Sembra un paradosso, ma il provvedimento creerà disuguaglianze anche tra gli indigenti. L’ingiustizia è ancora più odiosa se confrontiamo la condizione economica dei più bisognosi con quella di chi percepisce redditi e pensioni d’oro. In ogni caso queste forme di assistenza sono un’umiliazione ed una limitazione delle libertà per chi dovrà avvalersene. La povertà e l’esclusione sociale non si combattono con l’assistenzialismo, ma creando le condizioni che permettano a tutti di esercitare il diritto al lavoro sancito dall’articolo 4 della Costituzione italiana che, è bene ricordarlo, è entrata in vigore settant’anni fa.

Fonte: inps.it

venerdì 29 dicembre 2017

Tesori di Sicilia: Torremuzza, neve sul mare



Era il 31 dicembre del 2014 quando in riva al mare iniziò a nevicare, fu un evento straordinario ed irripetibile. (video di Giovanni Pulvino)

martedì 26 dicembre 2017

Banca Etruria e le tre 'scimmiette'

Quando i siciliani, e non solo, non intendono immischiarsi in una vicenda ‘poco chiara’ fanno finta di non saperne nulla nella consapevolezza che è meglio non inimicarsi i ‘poteri forti’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi - (foto da investireoggi.it)
Le comunicazioni fatte nei giorni scorsi davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare dai responsabili del controllo sulle banche e sul risparmio è stato simile a quello delle tre ‘scimmiette’ che è come dire: ‘non vedo, non sento, non parlo’. Il senso delle loro dichiarazioni, in relazione alle presunte ingerenze su Banca Etruria fatte dall’ex ministra delle Riforme del governo di Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, è interpretabile. L’attuale sottosegretaria dell’esecutivo di Paolo Gentiloni avrebbe chiesto solo informazioni ma non avrebbe fatto ‘pressioni’, è questo il senso delle comunicazioni di Giuseppe Vegas (Consob), Ignazio Visco (governatore della Banca d’Italia) e dall’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni. Insomma, è come se avessero ‘detto e non detto’ per non inimicarsi i ‘poteri forti’.
Giuseppe Vegas, Pier Carlo Padoan, Ignazio Visco, Federico
Ghizzoni - (foto da lettera43.it)
Le vicende della banca aretina dimostrano, ancora una volta, come i sistemi di controllo sul risparmio siano inutili e di come la politica e, più in generale, la classe dirigente utilizzino gli enti pubblici come fossero ‘cosa loro’, li adoperano, cioè, per favorire questo o quell’amico nella più totale indifferenza per la sorte degli investimenti fatti, spesso inconsapevolmente, dai piccoli risparmiatori. L’esponente del Partito democratico nelle ultime settimane ha incontrato i responsabili della vigilanza sulle banche. Lo scopo era avere informazioni sul tentativo di salvataggio di Banca Etruria che, è bene ricordarlo, è stata amministrata, con un ruolo di primo piano, dal padre della sottosegretaria. Il conflitto d’interesse era evidente eppure Maria Elena Boschi ritiene di non avere nulla da rimproverarsi e, pertanto, non è disposta a rinunciare al suo incarico. Inoltre, l’ex ministra ha negato di essersi occupata della vicenda asserendo che non ha fatto ‘pressioni’, ma è intervenuta solo per avere ‘info’ (informazioni). Ma, la principale collaboratrice dell’ex sindaco di Firenze pensa veramente che gli italiani siano così ingenui? Del resto c’era da aspettarselo, se non si è dimessa dopo la sconfitta nel referendum costituzionale, perché avrebbe dovuto farlo adesso e rinunciare alla candidatura nelle prossime elezioni politiche? Se poi questo significa far crollare definitivamente il Pd e con esso il Centrosinistra, pazienza, ‘muoia Sansone con tutti i Filistei’. Del resto, l’obiettivo di Matteo Renzi è un governo di larghe intese, e magari Maria Elena tornerà a fare la ministra delle Riforme, non importa di quali, ciò che conta è il potere e la poltrona, come nel peggior trasformismo democristiano, che ancora oggi continua ad essere praticato diffusamente dai deputati e dai senatori di tutti gli schieramenti.